In questa sezione non abbiamo l'obiettivo di affrontare gli argomenti in maniera completa, articolata ed esaustiva, tuttavia è nostra intenzione quella di richiamare brevemente l'attenzione su alcune aree di interesse per il mondo femminile.
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Una malattia venerea (o malattia sessualmente trasmessa - MST o MTS) è una malattia infettiva il cui modo di trasmissione o diffusione è principalmente per contagio diretto in occasione di attività sessuali.
Sono in genere causate dalla trasmissione di batteri, virus, parassiti o funghi che passano da un corpo all'altro attraverso il contatto della pelle (o delle mucose genitali) o con liquidi organici infetti (in alcune malattie anche per mezzo della saliva). Alcune malattie si trasmettono infine dalla madre al feto, durante la gravidanza, o dalla madre al neonato con l'allattamento.
Sebbene la via di contagio sia eminentemente sessuale, alcune patologie di questo genere colpiscono anche altri organi oltre a quelli genitali. Alcune possono risultare nella morte dell'individuo affetto, altre possono cagionare lesioni permanenti.
Le più frequenti malattie sessualmente trasmissibili sono classificate secondo l'eziologia.
In ambito ginecologico le più comuni e le più importanti da un punto di vista clinico sono:
L'infezione da parte del papilloma virus umano è la più frequente patologia sessualmente trasmessa al mondo con una prevalenza nella popolazione femminile di circa 80%. L'infezione si può trasmettere anche per contatto non sessuale e degli oltre 100 tipi di virus HPV che si conoscono oggi la maggior parte causa malattie non gravi, quali ad esempio le verruche cutanee. Alcuni tipi di HPV possono tuttavia causare tumori benigni quale il condiloma genitale e anche maligni quale il cancro del collo dell'utero e del pene. I condilomi, generalmente provocate dal virus HPV, sono dell'escrescenze della pelle di tipo verrucoso che colpiscono di preferenza le zone genitali, sia nel maschio (glande, meno frequentemente sotto il prepuzio, corpo del pene e scroto) sia nella femmina (perineo, vulva, vagina e collo dell'utero).
La quasi totalità (oltre il 98%) dei tumori del collo dell'utero sono causati dall'HPV. Solo una piccola parte delle infezioni da HPV è tuttavia destinata, se non trattata, a causare un cancro. I tipi di virus del HPV umano che possono infettare le mucose genitali possono venir suddivisi in HPV a basso rischio (6, 11, 42, 43, 44) e HPV ad alto rischio (16, 18, 31, 33, 35, 39, 45, 51, 52, 56, 58, 59, 68). Si calcola che oltre il 70% delle donne contragga un'infezione genitale da HPV nel corso della propria vita, ma la grande maggioranza di queste infezioni è destinata a scomparire spontaneamente nel corso di pochi mesi. Solo in caso di persistenza nel tempo di infezioni di HPV ad alto rischio oncogenico è possibile, in una minoranza dei casi, lo sviluppo di un tumore maligno del collo uterino.
Il rischio di contrarre un'infezione da HPV aumenta con il numero dei partner sessuali, ed è massimo nell'età più giovanile (20-35 anni). L'uso del profilattico non pare avere azione protettiva completa in quanto l'infezione è spesso diffusa anche alla cute della vulva e perineo. Per quanto non sia dimostrata una possibilità di contagio per via diversa da quella sessuale, questa non può essere esclusa.
Le vulvo-vaginiti infettive sono caratterizzate da un insieme di sintomi: generalmente uretrite con disuria, eritema vulvovaginale associato a prurito o bruciore, leucorrea e talvolta ulcerazioni. La sintomatologia genitale è spesso associata alla presenza di ghiandole linfatiche aumentate di volume e talvolta dolenti a livello inguinale.
Chlamydia trachomatis: Rappresenta la causa più comune di uretrite aspecifica. È una infezione che può decorrere nella donna in acuta anche totalmente asintomatica, se non trattata risulta però una delle più patogene determinando malattia infiammatoria pelvica con danno tubarico e infertilità conseguente. La Chlamidya trachomatis è un patogeno intracellulare molto virulento, richiede trattamento antibiotico prolungato di coppia.
L'infezione di trichomonas vaginalis è la causa più comune di vulvovaginite dolente e leucorrea che si caratterizza per un odore acido molto caratteristico, ben riconoscibile dalle stesse pazienti. Come per la Chlamidia, la terapia è di coppia.
Candida albicans: fungo saprofita della flora normale vaginale. Determina micosi vulvo-vaginale con intenso prurito e leucorrea abbondante nelle condizioni di immunodepressione (terapia antibiotica, cortisonica, influenza, diabete, gravidanza…). La terapia è antifungina da eseguire per via orale e locale contemporaneamente. La Candida è un patogeno tipicamente femminile, raramente causa disturbi nel maschio, di conseguenza il suo trattamento è riservato al singolo paziente.
Vulvovaginite da flora batterica mista: La causa più comune di leucorrea abbondante associata a prurito genitale. Deriva da uno squilibrio della flora batterica vaginale normale con crescita dei batteri patogeni a scapito dei saprofiti non patogeni. Generalmente l'agente più frequentemente implicato è la gardnerella vaginalis la cui terapia è antibiotica.
Il concepimento e l'impianto dell'uovo fecondato inducono nell'organismo materno numerose modificazioni anatomo-funzionali, che coinvolgono tutti gli organi e gli apparati. Esse sono prodotte dal nuovo clima endocrino della gravidanza, che adatta progressivamente l'organismo materno alle nuove esigenze circolatorie, endocrine, metaboliche, ematologiche e respiratorie necessarie per lo sviluppo dell'embrione e del feto. Esse in effetti sono il frutto di una continua interazione materno-fetale funzionale alle varie epoche della gravidanza.
I fenomeni gravidici rappresentano, appunto, le più eclatanti manifestazioni sintomatologiche ed obiettive dello stato gestazionale. La loro conoscenza è strumento eccezionale per la comprensione delle reali condizioni di salute della gestante, per differenziare le modificazioni fisiologiche da quelli patologiche ed identificare gli stati morbosi indotti dalla gravidanza da quelli preesistenti.
Mentre in modo impreciso la durata della gravidanza nella donna è stata calcolata pari a circa 9 mesi si dovrebbe per quanto riguarda essa logicamente intendersi il tempo che intercorre tra la data del concepimento e quella del parto. Essendo impossibile assumere come punto di riferimento l'esatta data della fecondazione, si considera la data di inizio dell'ultima mestruazione; pertanto, al termine di 266 giorno (38 settimane) è necessario aggiungere altri 14 giorni inerenti la maturazione dell'uovo che è stato fecondato. Si ottiene così una durata media di 280 giorni che corrisponde a 9 mesi solari o a 10 mesi lunari o a 40 settimane.
Una corretta supervisione medica della gravidanza rappresenta la premessa indispensabile per garantire la migliore tutela della salute della madre e del nascituro. L'assistenza prenatale non è solo un problema sanitario, ma anche una realtà con riflessi psicologici, sociali, culturali e politici.
Nell'ambito di una determinata popolazione di gravide, i 2/3 delle complicanze perinatali si concentrano in circa 1/3 delle gravide. Tale gruppo maggiormente esposto a manifestazioni patologiche viene pertanto definito "ad alto rischio". Per mezzo di opportune anamnesi è possibile identificare la maggior parte delle gravidanze ad alto rischio già nel corso delle prime settimane di gravidanza. È così che nell'ambito di una certa popolazione circa il 20% delle gravidanze risultano ad alto rischio già all'inizio della gestione. Il restante 80% delle gravide costituiscono le categorie a "medio" e a "basso" rischio, ugualmente numerose. Nessuna gravidanza viene considerata totalmente prive di rischio. Va sottolineato che la gravidanza può essere complicata sia da malattie sistemiche già pre-esistente sia dalle patologie indotte dalla gravidanza stessa (per esempio l'ipertensione gestazionale e diabete gestazionale). Sarà compito del personale medico con consulti pre-concezionali e con controlli precoci e ripetuti di cercare l'identificazione dei problemi potenziali o già esistenti che possono aumentare il rischio per la madre o il feto.
Mentre la donna gravida va incontro ad una serie di adattamenti alla gravidanza il feto appena nato andrà incontro ad un adattamento neonatale al fine di sopravvivere nell'ambiente extrauterina.
Le prime ore dopo la nascita sono molto importanti in quanto, in questo periodo della vita (il cosiddetto post-partum) avvengono numerose modificazioni delle funzioni dei principali organi, sistemi ed apparati (respirazione, circolazione, termogenesi etc).
I neonati sani, che costituiscono circa il 90% di tutti i nati, nascono al termine della gravidanza, hanno un peso appropriato per l'età gestazionale e non presentano difetti morfologici o malattie congenite.
Con il termine menopausa si individua un periodo della vita della donna che ha inizio dalla cessazione della ciclicità mestruale.
La menopausa è determinata dalla perdita della attività follicolare ovarica con riduzione della produzione degli estrogeni e del progesterone, gli ormoni sessuali tipici dell'età fertile.
La menopausa insorge generalmente intorno ai 50 anni di età ed è preceduta da un periodo di alterazioni del ciclo mestruale definito climaterio che può durare da alcuni mesi fino a qualche anno.
La carenza degli ormoni sessuali determina oltre alla scomparsa del ciclo mestruale l'insorgenza di sintomi a breve termine e complicanze a lungo termine che caratterizzano la menopausa.
I sintomi a breve termine sono rappresentati dalle manifestazioni vasomotorie come la tachicardia, la sudorazione fredda, la improvvisa sensazione di caldo o il rossore al volto; la secchezza di tutte le mucose dell'organismo, compresa quella vaginale con conseguente discomfort delle pazienti ai rapporti sessuali, maggior rischio di incontinenza urinaria e di vulvo-vaginiti infettive.
Le complicanze principali legate alla deprivazione degli ormoni sessuali femminili sono l'incremento del rischio di patologia cardiovascolare per incremento di incidenza dei principali fattori di rischio a lui collegati come ipercolesterolemia, aumento della vasocostrizione e iprtensione; incremento del rischio di patologia degenerativa del sistema nervoso centrale; aumento del turn over osseo con conseguente osteoporosi.
Entrambi le complicanze e i sintomi della menopausa possono essere prevenute attraverso la terapia ormonale sostitutiva. L'unica controindicazione assoluta alla terapia ormonale sostitutiva è rappresentate dal rischio trombotico certo, sebbene i soggetti fumatori, ipercolesterolemici, e ipertesi in trattamento rappresentano categorie con controindicazione relativa.
Tale terapia può essere effettuata per una durata massima di 5 anni dall'insorgenza della menopausa e non per tempi più lunghi,visto che il suo prolungarsi è associato ad un aumento di rischio per carcinoma dell'endometrio e carcinoma della mammella.
La possibilità di ridurre le complicanze a lungo termine ed i sintomi a breve termine evitando rischi aggiunti della terapia sostitutiva classica rappresenta la principale sfida della ricerca scientifica nell'ambito dell'endocrinologia ginecologica.
La Fondazione Foemina ha inoltre in progetto di occuparsi degli approfondimenti diagnostici terapeutici della patologia ansiosa-depressiva che con la sua elevata frequenza nella popolazione rappresenta un impegno socio-economico sempre più importante.
I tumori dell'apparato genitale riguardano i seguenti organi: utero (collo/cervice e corpo), ovaie, vulva, vagina e mammella.
Il carcinoma della cervice uterina è nel mondo la seconda neoplasia ginecologica per frequenza nel sesso femminile. La sua incidenza varia da 25 /100.000 casi-anno nei paesi privi di programmi di prevenzione a 6-10 / 100.000 casi-anno nei paesi che al contrario, come l'Italia, applicano tali sistemi di prevenzione già da molto tempo.
Così come tutte le patologie neoplastiche il carcinoma della cervice uterina riconosce una eziologia multifattoriale; i principali fattori di rischio descritti per questa patologia sono l'elevato numero di partners, la precocità nell'inizio dell'attività sessuale, i contraccettivi orali, il fumo e tutte le condizioni di immunocompromissione come il diabete la terapia cortisonica prolungata, la sindrome dell'immunodeficienza acquisita (AIDS).
Il principale e necessario, anche se non sufficiente, fattore di rischio per carcinoma della cervice uterina è la persistenza dell'infezione cervicale da parte del Papilloma virus umano (HPV).
Esistono circa 100 tipi di HPV patogeni per l'uomo, ma tra questi, solo alcuni, denominati ad alto rischio, sono in grado di infettare il genoma delle cellule squamose dell'epitelio superficiale della cervice uterina determinandone trasformazione progressiva in senso neoplastico.
L'incidenza del carcinoma invasivo della cervice uterina ha una distribuzione bimodale, caratterizzata cioè da due picchi di frequenza massima nella popolazione con 30-40 anni o con 70-80 anni di età.
Viene classificato tra i tumori moderatamente aggressivi, perché capace di dare metastasi prevalentemente per via linfatica, ma per via ematica verso organi distanti da quelli pelvici solo negli stadi più avanzati.
Il trattamento del carcinoma invasivo della cervice uterina è chirurgico e comporta l'asportazione di tutti gli organi dell'apparato riproduttivo femminile nella loro integrità con i tessuti di sostegno pelvici, unita all'asportazione di tutte le stazioni linfonodali pelviche.
La terapia chirurgica negli stadi più avanzati può essere associata alla radioterapia e alla chemioterapia.
La sopravvivenza nei soggetti affetti da carcinoma della cervice uterina dipende prevalentemente dallo stadio al momento della diagnosi e varia dal 90/85% del I stadio al 15% del IV, nonché ultimo, stadio di malattia.
Il carcinoma della cervice uterina è uno tra i pochi tumori in cui è possibile effettuare diagnosi precoce, terapia delle lesioni non ancora invasive e conseguentemente prevenzione secondaria totale.
Tale caratteristica è dovuta al fatto che il carcinoma della cervice uterina si sviluppa in una sede che comunica con l'esterno tramite un orifizio naturale, la vagina, che è facilmente esplorabile, campionabile citologicamente (pap-test), istologicamente (biopsia mirata) e aggredibile da un punto di vista terapeutico.
I programmi di prevenzione secondaria della malattia, uniti alla nuova speranza di prevenzione portata dal vaccino anti HPV, rendono il carcinoma della cervice uterina l'unico tumore, ad oggi, la cui mortalità potrebbe essere totalmente prevenibile.
L'adenocarcinoma endometriale o tumore del corpo dell'utero è prevalentemente una malattia dell'età postmenopausale, il cui picco di incidenza nella popolazione si registra intorno ai 60-70 anni di età.
La frequenza dell'adenocarcinoma endometriale nella popolazione femminile occidentale sta aumentando progressivamente; tale aumento è legato principalmente all'incremento della sopravvivenza generale dei soggetti di sesso femminile e alla diminuzione relativa di incidenza del carcinoma del collo dell'utero ottenuta attraversol'applicazione dei programmi di prevenzione secondaria.
Il principale fattore di rischio per lo sviluppo dell'adenocarcinoma endometriale è l'esposizione prolungata ed eccessiva ad estrogeni, estrogeni-derivati o sostanze ad azione estrogenico-simile. Da ciò si evince che i soggetti considerati a rischio per tale patologia sono le donne con menarca precoce, menopausa tardiva, nullipare, obese, i soggetti affetti da policistosi ovarica, le donne che hanno prolungato terapia sostitutiva o che hanno effettuato terapia con tamoxifene.
La principale manifestazione clinica di sospetto dell'adenocarcinoma endometriale è la presenza di un sanguinamento uterino post-menopausale.
L'adenocarcinoma endometriale è un tumore classificato a bassa aggressività perché caratterizzato da una diffusione prevalentemente per progressione attraverso le tube di falloppio verso le ovaie, attraverso lo strato muscolare uterino verso gli altri organi pelvici e verso la cervice uterina. Più rare le diffusioni metastatiche linfonodali ed ematiche ad organi lontani.
La terapia dell'adenocarcinoma endometriale è combinata chirurgica-radiante.
Sebbene non esista alcuna metodica di prevenzione dell'adenocarcinoma endometriale, spesso la diagnosi avviene a bassi stadi di invasività grazie alla precocità con cui si manifesta il sintomo del sanguinamento anomalo.
Ciò rende il tumore del corpo uterino un tumore caratterizzato da una buona sopravvivenza che si aggira intorno al 70%.
I tumori maligni dell'ovaio sono una famiglia di neoplasie istologicamente diverse tra loro, ma tutte caratterizzate bassa incidenza nella popolazione, alta aggressività, e paucità di sintomatologia precoce.
Tali caratteristiche rendono i tumori maligni dell'ovaio la quinta neoplasia ginecologica per incidenza nella popolazione mondiale femminile, ma la prima causa di morte ginecologica.
La maggior parte dei tumori dell'ovaio sono sporadici e non associati a particolari fattori di rischio; possono svilupparsi a qualsiasi età, sebbene siano molto rari al di sotto dei 30 anni.
Esiste una familiarità per tumore ovarico che è legata alla presenza di mutazioni su un gene oncosoppresore chiamato BRCA1, gene responsabile anche della familiarità per cancro della mammella.
Il trattamento del tumore dell'ovaio è combinata chirurgico-chemioterapico.
La mortalità per tumore dell'ovaio supera il 30% già al primo stadio di malattia per raggiungere il 95% al IV. Notevoli differenze in termini di prognosi sono però da segnalare tra i diversi tipi istologici.
Data la scarsità di sintomatologia con cui la malattia si manifesta non esiste nessuna indagine clinico-strumentale utile ad una diagnosi precoce del tumore ovarico. Il ritardo diagnostico influenza le possibilità terapeutiche, il loro risultato e di conseguenza la sopravvivenza delle pazienti affette da tale patologia.
Le moderne indagini biomolecolari volte a chiarire le differenze genetiche espresse dai tumori ovarici primitivi o metastatici, chemiosensibili o resistenti rappresentano oggi l'unica speranza di una migliore comprensione dei meccanismi patogenetici di tali neoplasie, di un futuribile progresso diagnostico e terapeutico.
Il carcinoma della mammella è il tumore più frequente della popolazione femminile e rappresenta la seconda causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari, nelle donne tra i 35 e i 75 anni. Si calcola che circa 1 su 13 donne durante l'arco della propria vita sarà affetta da tale malattia.
Il tumore del seno, eccezionale sotto i 20 anni, raro tra i 20 e i 29 anni, diviene via più frequente a partire dai 30 anni, raggiungendo i valori più alti nel periodo menopausale e post-menopausale, tra i 45 e i 60 anni, mostrando un aumento relativo con il progredire dell'età.
Come per la maggior parte dei tumori, anche per quello della mammella le cause sono tuttora sconosciute; risulta quindi impossibile effettuare una prevenzione primaria, cioè contro i fattori causali. Il fattore di rischio comunque più importante è l'età, seguita da altri elementi costituzionali e riproduttivi (famiglie ad alto rischio, età alla menopausa, obesità in menopausa, menarca precoce, nulliparità o mancato allattamento al seno).
La diagnosi precoce del tumore permette una terapia chirurgica e medica tale da garantire una reale guarigione della malattia. Una diagnosi precoce può essere ottenuta solo attraverso il controllo periodico e sistematico delle mammelle. Il tumore diventa clinicamente diagnosticabile quando raggiunge un diametro di circa 1 cm. È stato calcolato che per raggiungere tali dimensioni occorrono circa 6 anni. Molti studi hanno evidenziato che più del 5% dei tumori con diametro inferiore ad 1 cm non hanno invaso i linfonodi ascellari; sono quindi rimasti limitati alla mammella, migliorando fortemente la possibilità di guarigione.
La diagnosi si attua con la confluenza dei dati provenienti dall'esame clinico (palpazione), mammografia, l'ecografia ed esame citologico o istologico.
Una volta terminata la fase diagnostica, se si accerta la presenza di un'area sospetta si passa alla fase terapeutica chirurgica. I principali interventi effettuati sono l'escissione del nodulo e del lobulo mammario adiacente, la quadrantectomia con svuotamento ascellare: escissione di un quadrante mammario e dei linfonodi ascellari omolaterali o la mastectomia con svuotamento ascellare: asportazione dell'intera mammella e dei linfonodi ascellari. Contrariamente al passato la chirurgia della mammella tende oggi ad essere più conservativa, cioè meno mutilante rispetto al passato con indubbi vantaggi sul piano estetico e psicologico.
Si possono classificare in quattro diversi gruppi di metodi contracettivi: 1. naturali (coito interrotto, metodo di Billings, metodo di Onigo/Knaus, misurazione della temperatura basale) 2. meccanici/di barriera (profilattico (maschile e femminile), i prodotti spermicidi, il diaframma ed i dispositivi intrauterini (IUD-intrauterine device) 3. chimici/farmacologici (pillola ed anello anticoncezionale) 4. chirurgici (legature delle tube/vasectomia).
Dagli anni '60 i contraccettivi orali sono diventati la principale forma di contraccezione al femminile, almeno nei paesi sviluppati. In Gran Bretagna il 25% delle donne tra i 16 e i 49 anni e il 62% di quelle tra i 16 e i 25 vi fanno ricorso. Negli Stati Uniti il 19% delle donne tra i 15 e i 44 anni, percentuale che cresce al 32% tra i 20 e i 24 anni. Del resto, si tratta dei mezzi più efficaci nel controllo delle nascite e il loro utilizzo ha rappresentato una svolta nella pianificazione familiare. In più un loro potenziale ruolo causale in alcuni tumori è stato ridimensionato dal ricorso a nuove formulazioni a basso dosaggio. Se, peraltro, è da sempre documentato un aumentato rischio per tumori come quello al seno o alla cervice uterina, esiste anche un altrettanto documentato effetto protettivo per altri tumori come quello ovarico o quello colorettale. Ma l'entità di questo effetto protettivo non è mai stata definita con precisione. Un nuovo studio pubblicato su Lancet si è cimentato in questo tentativo, con risultati particolarmente confortanti. In particolare sulla protezione a lungo termine del tumore ovarico, che è quella più discussa.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce "Contraccettivi d'emergenza" "tutti quei metodi contraccettivi in grado di fornire alla donna un mezzo privo di rischio per prevenire una gravidanza indesiderata dopo un rapporto sessuale non protetto, o in caso di fallimento del metodo contraccettivo" (WHO 2005).
L'approvazione anche in Italia della "pillola del giorno dopo" non ha mancato di creare qualche confusione, anche perché la notizia è arrivata quasi contemporaneamente a un'altra, e cioè l'approvazione negli Stati Uniti della RU 486, cioè del mifepristone, che è invece una sostanza in grado di indurre l'aborto.
Le due cose non hanno niente a che vedere in quanto un conto è l'interruzione volontaria di gravidanza, un conto è la contraccezione d'emergenza, categoria nella quale rientra la pillola del giorno dopo.
L'infertilità di coppia rappresenta un problema di notevoli proporzioni. Si intende per infertilità quella condizione in cui una coppia non riesce ad avere un figlio dopo circa un anno di rapporti sessuali non protetti.
L'infertilità è un problema che affligge dal 10% al 20% delle coppie in età fertile. In Italia sono sempre più numerose le coppie che si rivolgono agli specialisti del settore per ottenere una gravidanza. Il fenomeno sembra in aumento per diversi motivi: sia perché la coppia decide di avere un figlio sempre più tardi, sia per l'influenza di alcuni fattori ambientali sfavorevoli, come l'inquinamento. L'impossibilità di avere un figlio, oltre a rappresentare un problema di carattere medico, comporta anche aspetti, non trascurabili, di ordine psicologico e comportamentale.
Le cause di infertilità possono essere di origine femminile meccanica; femminile ormonale; di origine maschile; oppure riguardanti entrambi contemporaneamente.
Infine circa il 10% delle coppie infertili è affetta da infertilità inspiegata cioè da causa non nota.
Le più importanti cause di infertilità femminile sono rappresentate dalle disfunzioni ormonali della follicologenesi e dell'ovulazione; da affezioni a carico delle tube (anatomiche e funzionali); da malformazioni uterine. Le disfunzioni ormonali impediscono l'ovulazione e più raramente il deficit ormonale riguarda la fase luteale o progestinica del ciclo mestruale. Le cause di deficit ormonali possono essere congenite, da stress o dovute dalla sindrome dell'ovaio policistico.
Altre cause di infertilità sono rappresentate dalle infezioni pelviche acute o croniche, come quelle determinate dalla Chlamydia che, se non corrette in tempo con opportuna terapia, possono comportare serie conseguenze sull'apparato riproduttivo femminile.
Le anomalie cromosomiche, le malformazioni uterine, l'incompetenza della cervice uterina, gli squilibri ormonali ed i disturbi immunologici sono considerati fra le cause più frequenti di aborto ricorrente che, a sua volta, rientra nelle cause di infertilità.
L'infertilità maschile può essere causata da difetti relativi alla produzione, emissione o funzionalità degli spermatozoi e rappresenta circa il 35% delle cause di infertilità nella coppia.
È molto importante raccogliere un'anamnesi (cioè la storia medica) del paziente molto accurata in cui si indagherà su eventuali infezioni genito-urinarie pregresse o in atto; malattie come la varicella, morbillo o parotite (malattia virale che può provocare nell'uomo l'orchite, cioè l'infezione a livello dei testicoli); malattie a trasmissione sessuale; precedenti interventi chirurgici o traumi a livello genitale. Anche lo stile di vita (alcool, fumo, droghe e lavori a rischio) e fattori ambientali, possono giocare un ruolo importante.
Il varicocele può determinare un deficit nella formazione di spermatozoi mobili. Anche dosaggi alterati di FSH, LH, PRL (prolattina) e T (testosterone) possono influire sul processo di produzione degli spermatozoi.
Nel settore andrologico è necessario un adeguato supporto laboratoristico per giungere ad un corretto inquadramento nosologico, prognostico e terapeutico del paziente. L'infertilità maschile infatti, può essere legata all'alterazione di uno o più parametri del liquido seminale (dispermie). Lo spermiogramma (cioè l'analisi del liquido seminale) diventa uno strumento diagnostico fondamentale, necessario anche per stabilire il trattamento terapeutico più appropriato.
Rappresenta circa il 10% delle cause di infertilità. La si definisce tale quando, nonostante tutte le indagini diagnostiche eseguite, non si è identificata la causa della infertilità.
La cosiddetta "infertilità inspiegata" è naturalmente una delle indicazioni alla riproduzione medicalmente assistita (PMA).
1) Stimolazione semplice:
consiste nel somministrare alla donna dei farmaci ormonali per stimolare l'ovulazione quando non si verifica, oppure per indurre la crescita follicolare aumentando così le possibilità che avvenga la fecondazione e quindi l'impianto dell'ovulo fecondato nell'utero. La terapia ormonale è usata anche nell'uomo, con buoni risultati, quando l'infertilità è dovuta a deficit ormonali maschili.
2)Terapia chirurgica:
può essere utile quando il danno tubarico è lieve. Oggi tuttavia si ricorre sempre meno a questo tipo di terapia, perché le tecniche di riproduzione assistita offrono sicuramente risultati migliori. Nell'uomo la terapia chirurgica consiste nel curare i casi di varicocele (vene varicose che circondano il dotto deferente). Questo tipo di terapia però, può risultare anche inutile soprattutto dopo i trent'anni.2) Terapia chirurgica:
può essere utile quando il danno tubarico è lieve. Oggi tuttavia si ricorre sempre meno a questo tipo di terapia, perché le tecniche di riproduzione assistita offrono sicuramente risultati migliori. Nell'uomo la terapia chirurgica consiste nel curare i casi di varicocele (vene varicose che circondano il dotto deferente).
Questo tipo di terapia però, può risultare anche inutile soprattutto dopo i trent'anni.
3) Le tecniche di riproduzione assistita:
per Tecniche di Riproduzione Assistita si intendono quelle metodiche che, intervenendo più o meno direttamente sui gameti e/o sugli embrioni, intendono ripristinare la fertilità della coppia sterile.
Benché l'inseminazione intrauterina sia una tecnica introdotta già da molto tempo, il termine di Riproduzione Assistita (R.A.) cominciò ad essere utilizzato con l'avvento della FIVET in quanto si interviene sia sui gameti (preparazione degli spermatozoi ed isolamento degli ovociti) che sugli embrioni (transfer in utero). Tutte le tecniche di R.A. presuppongono la preparazione del liquido seminale, cercando cioè di utilizzare gli spermatozoi migliori (fase di selezione o separazione) resi idonei a fecondare (capacitazione).
Le tecniche di Riproduzione Assistita più diffuse sono le seguenti:
- IUI (Inseminazione Intrauterina);
- GIFT (Gamete Intra-Falloppian Transfer);
- FIVET (Fertilizzazione in vitro ed embryo transfer);
- ICSI (Intracytoplasmatic Sperm Injection);
- PESA (Percutaneous Epididymal Sperm Aspiration);
- TESA (Percutaneous Testicular Sperm Aspiration).
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